Con l’autonomia scolastica si ha un vero e proprio sistema autonomo e ogni istituto deve dotarsi di un proprio curriculum scolastico ed esplicare la propria identità progettuale e culturale, con la determinazione di un proprio Piano dell’Offerta Formativa. La scuola non solo si configura come istituzione, ma è anche una comunità, una formazione sociale composta da docenti, allievi, genitori. La tesi della scuola come Comunità è stata proposta a partire dalla prima metà degli anni ’70 del secolo scorso, con l’introduzione della cosiddetta gestione collegiale. Questa prospettiva ha contribuito a valorizzare il ruolo della scuola come Comunità intermedia interconnessa alla società, al contesto territoriale di riferimento ed alle finalità educative. La scuola deve essere in costante relazione con la comunità circostante ed essere luogo di produzione di attività culturali da porre al servizio del proprio contesto territoriale.
La scuola deve essere aperta al territorio, entrare in rete con altre scuole, con le famiglie, con le atre istituzioni, al fine di offrire ai propri allievi tutte le opportunità formative di cui il territorio dispone. Con Tonnies [1887] il concetto di comunità assume rilevanza nell’ambito del romanticismo tedesco e nella sociologia, riprende le teorie di Schleiermacher e teorizza il concetto di comunità nella relazione dicotomica comunità ( gemeinschaft) – società( gesellschaft). Nel comprendere il significato di comunità ci riferiamo alla società e viceversa. Nonostante il sociologo tedesco abbia cercato di costruire la sua analisi in maniera teorica e puramente concettuale, viene influenzato dal contesto in cui è vissuto. Essendo la sua teorizzazione considerata la base della sociologia della comunità, il contributo di questo autore influenza gli studi di sociologia del territorio, e il concetto della sociologia anglosassone di Community. L’ipotesi da cui Tonnies parte è che “tutti i rapporti sociali sono volontari, che esistono solo perché gli uomini vogliono che essi esistano”. La volontà è l’elemento che unisce le relazioni sociali umane. I rapporti umani essendo multipli danno origine a relazioni sociali semplici (tribù), guidate da volontà naturale dove il fattore chiave del benessere sono gli altri, il collettivo; e quelle complesse (delle società industrializzate), guidate da una volontà arbitraria perché l’uomo crea le relazioni solo per raggiungere uno scopo. Lo studioso sostiene inoltre che “la relazione sociale possa poggiare su differenti substrati: sulla comprensione, l’unità e il sentimento (ossia la volontà essenziale), sul desiderio di raggiungere qualche fine specifico ( ossia sulla volontà arbitraria ). Comunità e società hanno caratteristiche differenti perché devono essere distinte in base alle età storiche. Lo stesso autore sostiene che nei processi di sviluppo culturale si distinguono due età. Una comunitaria e l’altra societaria. Comunità e società possono essere osservate lungo un continuum. La società si basa sull’ individualismo e le relazioni sociali che vengono instaurate sono solo per utilità, costruite in modo superficiale, fugace, governate da contratti e commercio. Il posto che l’individuo ricopre è isolato dagli altri. La forma di controllo presente nella società è di tipo formale con legislazione pubblica. Lo status viene acquisito all’interno della società ed è determinato da impegni e talenti individuali. Ciò che più conta è l’io come singolo membro e quindi come centro del mondo. “La comunità è il luogo delle relazioni affettive e familiari, in cui governa la volontà collettiva e in cui predomina la comunanza di interessi”. Esse sono costituite da contatto diretto faccia a faccia e sono multidimensionali. Tutti gli individui si conoscono così come i vari ruoli sociali che occupano. La forma di controllo presente è informale, come i pettegolezzi e gli scherzi; lo status è ascritto, ovvero è determinato dalla nascita. Il soggetto comunitario è il collettivo, il popolo della comunità. La comunità ha il suo riferimento nel passato e alla tradizione con carattere naturale e reale. I sentimenti comunitari si basano sull’associazione e sull’aspetto comunitario e sul senso comunitario: i soggetti sono tutti uguali e l’io è subordinato al collettivo. La solidarietà che ha origine nella comunità è di tipo organico perché c’è cooperazione tra i membri della comunità. Nella relazione di tipo societario invece, l’individuo è superiore al collettivo e qui raggiunge la sua massima espressione. La solidarietà che si sviluppa è di tipo meccanico perché gli uomini che sviluppano delle relazioni non si conoscono, non hanno nulla in comune e ognuno cerca di prevalere l’altro e si può affermare che in questo caso prevale la “legge del più forte”; le relazioni createsi sono basate su scambi economici. L’oggetto che si desidera viene privato del suo valore simbolico e per ottenerlo serve il denaro. Si può dire che l’oggetto, che invece nella comunità ha un suo significato, viene privato nella società del suo stesso significato e pur di arrivare alla scopo (ottenere l’oggetto) viene trasformato in oggetto di conquista. Il solo mezzo per averlo è il denaro. Successivamente all’analisi di Tonnies, il concetto di comunità è stato poi recepito dalla sociologia marxista come “ unione di individui che vivono in una stessa area territoriale oppure svolgono un’attività comune, e condividono interessi, scopi, opinioni, norme, essendo coscienti della loro interdipendenza e del fatto di appartenere a un’entità collettiva; alla base di una comunità vi sono sempre interessi e rapporti materiali, che si concretano nel processo di lavoro e sono da esso mediati. […] gli autori elencano tra le comunità anche quelle sportive, familiari, abitative, scientifiche, politiche”. Dopo la pubblicazione di “Gesmeischaft und Gesellschaft” di Tonnies c’è stata una rapida diffusione di teorie legate al concetto di comunità- società. Weber è stato influenzato dal pensiero di Tonnies ma il suo interesse per tale argomento risiede nel fatto che non solo usa il termine comunità ampiamente, ma lo usa “all’ interno di un sistema concettuale sociologico molto articolato. Il concetto di comunità è collocato al livello delle relazioni sociali, una categoria appena più complessa dell’agire sociale, ed è a sua volta base per lo sviluppo di ulteriori categorie. È nota la tipologia formale weberiana, dell’agire sociale dotato di senso, che è l’oggetto dell’analisi sociologica. L’agire può essere determinato:
a) in modo razionale rispetto allo scopo (se chi agisce valuta i mezzi rispetto agli scopi che propone, considera le possibili conseguenze di questi, paragona diversi possibili scopi).
b) in modo razionale rispetto al valore (se si tratta di un comportamento coerente con un valore che si vuole testimoniare o seguire, quali che siano le conseguenze)
c) affettivamente (una semplice manifestazione di gioia, rabbia, dispetto, e così via)
d) tradizionalmente (azioni abitudinarie, secondo un repertorio mai messo in discussione)”.
Per relazione Weber intende “un comportamento di più individui instaurato reciprocamente secondo il suo contenuto di senso, e orientato in conformità”. Weber inoltre ci spiega che i soggetti comunitari si muovono nell’ambito dell’agire affettivo e tradizionale. Una relazione sociale è definita associazione “se, e nella misura in cui, la disposizione dell’agire sociale poggia su una identità di interessi, oppure su un legame di interessi motivato razionalmente (rispetto al valore o allo scopo)”. La coppia comunità-associazione richiama, per esplicita ammissione, la dicotomia di Tonnies, ma lo stesso Weber avverte che l’uso non è esattamente corrispondente. In Weber c’è maggiore consapevolezza del concetto di “comunità”
La grande maggioranza delle relazioni sociali ha però in parte il carattere di una comunità, e in parte il carattere di un’associazione. Una relazione sociale, per quanto sia razionale rispetto allo scopo, e freddamente cerata per attuare un certo fine ( ad esempio la clientela), può far nascere valori di sentimento che procedono oltre lo scopo, che instaurano quindi relazioni sociali di lunga durata tra le medesime persone, e che non sia fin dal principio limitata a particolari prestazioni oggettive: di questo genere sono, ad esempio, l’associazione nello stesso reparto dell’esercito, nella stessa classe scolastica, nello stesso ufficio, nella stessa officina.
Weber oppone il concetto di comunità a quello di associazione perché il cambiamento sociale è un processo di razionalizzazione. “Il processo di razionalizzazione significa l’emergere progressivo di orientamenti e azioni razionali nonché di strutture e fenomeni su questi fondati, come la burocrazia o il capitale moderno. Il problema profondo di Weber è quello del destino dell’uomo in un mondo tendenzialmente sempre più razionalizzato; da ciò una preoccupazione e un’attenzione costanti allo spazio dei valori, degli affetti e di tutto ciò che non è razionalizzabile, anche nella società moderna. È questa tensione a spingere verso la ricerca di concetti precisi e sfaccettati, capaci di differenziare e ricombinare, come sono appunto la tipologia dell’azione e i concetti da questa derivati”.
Simmel focalizza l’attenzione sulla vita metropolitana considerandola il luogo della massima differenziazione sociale, quindi sede naturale dell’individualità, della libertà e dell’espressione di movimento. La vita societaria è fredda e non ha legami. La comunità è il luogo dove l’io è assoggettato dal collettivo, l’individuo non è libero di esprimersi e la vita per questo motivo è scandita da affettività e sentimentalità. La vita comunitaria si presenta irrazionale secondo Simmel, mentre quella societaria è gestita da razionalità. Simmel sostiene inoltre che la comunità e con esso il suo concetto, è entrato in crisi a causa della modernità che è giunta irrefrenabilmente nella vita di ogni membro. Simmel non critica negativamente la comunità ma sostiene però che codesto modo di vivere, abbia “imprigionato” l’individuo comunitario negando la libertà individuale e favorendo la chiusura verso l’esterno. Per questo motivo Simmel sostiene che l’individuo comunitario non abbia caratteristiche particolare e differenti da altri. Emile Durkheim, nel suo lavoro “La divisione del lavoro sociale” (1893) si pone il quesito del perché l’individuo diventa autonomo e perché allo stesso tempo dipende dal resto della società. Ricorre quindi anch’egli ad una coppia dicotomica, ma completamente diversa:
società basate sulla solidarietà meccanica ( pre-industriali )
società basate sulla solidarietà organica ( industriali )
Le società basate sulla solidarietà meccanica sono quelle in cui predomina una cultura prescrittiva e repressiva ed è tipica delle società premoderne prive di divisione del lavoro. Tutti i soggetti presenti sono molto simili e ciò che li unisce è la cultura che occupa un grado superiore anche rispetto all’individuo stesso. L’individuo è assorbito dal collettivo. Nella società industriale prevale una solidarietà organica basata sulla divisione del lavoro, in cui l’io assume importanza come persona che nella società premoderna non aveva. Questo tipo di solidarietà si basa sulla differenza. Le primissime cattedre di sociologia, in America, vennero istituite nelle università dell’Est. Ma la prima scuola dedicata agli studi prettamente sociologici è stata istituita nel 1892 a Chicago. È stato il primo dipartimento ad occuparsi dello studio sociologico del territorio, denominata sociologia urbana branca della sociologia con oggetto di studio l’immigrazione, l’economia, la povertà. La scuola di Chicago comprende al suo interno vari autori che hanno contribuito al suo sviluppo e ricordiamo Thomas, Robert e Park. Il lavoro della ricerca empirica sul territorio ha avuto inizio con l’industrializzazione e l’immigrazione di massa. Dal 1870 al 1920 gli Stati Uniti d’America raddoppiano la popolazione e per codesto motivo molti studiosi iniziano le ricerche sul campo dovute al cambiamento sociale che si sta verificando a causa della rapida e irrefrenabile industrializzazione portatrice di disagio sociale ed anomia. La maggior parte degli immigrati proviene dall’Europa orientale e meridionale, sono portatori di differenze quali costumi, lingua e tradizioni, creando così problemi di integrazione. Tutto ciò comporta un’ espansione delle aree urbane. La città di Chicago subisce notevole cambiamento passando da piccola comunità a città. Da 110.000 abitanti nel 1860 a 2.700.000 abitanti nel 1920 . Così iniziano le ricerche sul campo da parte degli scienziati sociali ed avendo trovato in questo luogo terreno fertile, portano la sociologia nella strada. La sociologia esce fuori dalle aule universitarie incontrando i personaggi che popolano la città. Loro sono la città, sono loro che la creano e che danno la possibilità di teorizzare nuove ipotesi. Chicago diventa il laboratorio per analizzare dati e costruire teorie. L’opera che tratta dei problemi e delle condizioni degli immigrati polacchi a Chicago è quella di Thomas scritta in collaborazione con Znaniecki, “ Il contadino polacco in Europa e in America”, tra il 1918 e il 1920. Insieme agli immigrati devono essere studiati anche le loro culture, abitudini e costumi e quindi contestualizzati. Thomas infatti, sostiene che per non creare disgregazione sociale e con essa i conflitti etnici, devono essere create delle istituzioni sociali in grado di inserire i nuovi arrivati. L’opera “ il contadino polacco” ha dato inizio alla nascita dei metodi qualitativi della ricerca sociologica , perché gli immigrati vengono studiati dalle loro storie di vita. Thomas sostiene che “ il sociologo deve attrezzarsi dunque per registrare la voce delle persone che studia e apprezzare le differenze qualitative dei loro modi di attribuire significato a ciò che vivono”[13]. Dopo Thomas, Park è stato colui che ha preso la cattedra del dipartimento di sociologia a Chicago creando una vera e propria scuola insieme ad altri scienziati sociali che hanno stessi metodi di ricerca. Gli autori che costituiscono la scuola di Chicago hanno una propensione alla ricerca empirica e i loro lavori vengono presi tutt’ora come modelli per condurre ricerche sul campo. Il metodo di ricerca più noto è quello dell’ “osservazione partecipante” che è “ la parziale immersione del ricercatore per un lungo periodo di tempo nella vita del gruppo che studia”. Il loro approccio è definito ecologico “ perché concepisce il modello naturalistico ( allo stesso modo di un ambiente naturale caratterizzato dalla compresenza di diverse specie animali e vegetali che competono e cooperano tra loro), nel senso che il comportamento (la conformazione dello spazio, il numero e la densità degli abitanti di una città, opportunità di trasporto e via).”Park è stato colui che ha animato la scuola. Le esperienze di giornalismo, nell’età giovanile, hanno consentito di avere cura per i dettagli della vita, ma la sua attenzione è posta alle notizie; nonostante siano frammenti di informazione della realtà circostante, aiutano a creare il tutto e a contestualizzarlo. Come per Durkheim e Simmel, anche Park sostiene che la città sia un ambiente sociale non adatto agli individui per la soddisfazione dei bisogni in quanto vige la “ distanza sociale”. Esseri sociali distinti da altri e allo stesso tempo estranei da coloro che sono vicini a noi. Nella città la distanza sociale è soprattutto territoriale perché i gruppi si installano in aree diverse e distinte in base alle differenze che si credono di possedere. La teoria delle aree naturali è quella che meglio può spiegare come il territorio può creare legami di tipo comunitario, sia su rapporti uomo- territorio sia per i legami sociali. Ma queste relazioni che vengono a crearsi nella società di tipo comunitario non possono essere paragonate affatto a quelle che invece si creano realmente nel territorio della comunità. Le relazioni createsi nelle città di tipo comunitario sono inferiori a quelle comunitarie. Per Park queste differenze tra diverse aree naturali che si creano nelle città contribuiscono a creare quartieri e ghetti. I quartieri e i ghetti che si creano nella società, come spiega Park, sono delle sotto-sezioni che si installano nella società, ma sono uniti tra loro tra persone ed istituzioni legati dalla cultura e dal territorio. Per tutti gli anni ’20 e ’30 del XX secolo la sociologia americana è stata influenzata dagli studi della scuola di Chicago. La sociologia americana sul piano della ricerca empirica ha prodotto alcuni studi di comunità importantissimi; il più celebre è Middletown scritto da Robert Lynd e Helen MerellLynd. È uno studio compiuto in codesta cittadina americana con relativa analisi a fattori importanti quali comportamento e stili di vita. Molte strutture hanno iniziato così a finanziare queste ricerche empiriche contribuendo allo sviluppo dei metodi di ricerca sociologica qualitativa. Talcott Parsons è una figura dominante della sociologia americana e si ispira alla coppia dicotomica comunità – società di Tonnies, Weber e Durkheim ma la rielabora in modo completamente diverso ed articolata. Questa coppia dicotomica che può sembrare semplice a prima vista, perché solo bipolare, può invece spiegare e farci comprendere situazioni diverse che possono venire a crearsi. Parsons ne il “ Sistema sociale” usa il concetto di community per indicare quel determinato tipo di collettività in cui i membri condividono un’area territoriale per svolgere attività quotidiane. Parsons elabora strumenti analitici, derivati dalla tradizionale coppia dicotomica comunità – società denominati pattern variables. L’approccio di Parsons viene denominato “strutturalfunzionalista” perché “ la struttura di una società è l’insieme delle relazioni che collegano fra loro i diversi elementi della società, in modo tale che il significato di ciascuno di questi elementi non è comprensibile isolatamente, poiché è determinato dai rapporti che intrattiene con gli altri e dalla funzione che svolge per insieme”. Ma in realtà il suo approccio è sistemico perché il concetto di sistema è fondamentale per la sua teoria. Nell’opera “ La struttura dell’azione sociale” Parsons considera l’atto come l’unità fondamentale di cui si occupa la sociologia. L’azione richiede degli elementi fondamentali perché essa si compia: l’attore, un fine, una situazione e l’ordinamento normativo. Le norme “ sono il nesso che collega la personalità di ogni individuo all’insieme sociale di cui è parte. Ognuno di noi non agisce come se fosse solo a decidere, ma in base a un insieme di regole di origine sociale, che a loro volta sono solidali con un insieme di valori e di credenze, cioè con una “ cultura”. Ma un sistema sociale per funzionare deve essere composto da individui che abbiano personalità, che siano in grado di interagire con l’ambiente e sviluppino una funzione adatta alla riproduzione del sistema. “ Lo strumento elaborato è la tipologia dei <<dilemmi di scelta>> che si presentano all’individuo, ai quali questi fa fronte con modalità radicate nel processo di socializzazione e rafforzate dai meccanismi del controllo sociale. Esistono varie versioni dei dilemmi di scelta. Lo schema originario comprende cinque dilemmi, ovvero variabili strutturali ( pattern variables ). Nel seguire i propri schemi di interazione un individuo ( o una collettività ) può ( possono ) comportarsi secondo le seguenti alternative:
- Affettività – neutralità affettiva, a seconda che scelga una gratificazione immediata o eserciti un autocontrollo in base a considerazioni più ampie sulle conseguenze del proprio comportamento.
- Orientamento verso l’io – orientamento verso la collettività, e cioè il perseguimento del proprio interesse oppure la considerazione degli interessi collettivi dei gruppi ai quali si appartiene ( questa variabile sarà poi tralasciata in studi successivi).
- Universalismo – particolarismo, a seconda che si valutino o meno persone e relazioni sulla base di criteri generalizzati e standardizzati.
- Acquisizione – ascrizione: la prima modalità riguarda le prestazioni di un soggetto, la seconda caratteri e rapporti basati su qualità ed appartenenze date; nel primo caso è rilevante ciò che uno <<fa>>, nel secondo ciò che uno <<è>>.
- Specificità – diffusione : rispettivamente rapporti e aspettative di ruolo del contempo limitato oppure indefinito ”.
Questo tipo di schema è stato molto usato ma anche criticato, a causa del suo “uso meccanico, che non è in grado di riconoscere, per esempio la persistenza dei particolarismi anche nelle strutture universalistiche del mondo moderno e l’importanza dell’ascrizione nella società acquisitiva”. L’uso dello schema è stato problematico e le pattern variables devono essere sempre contestualizzate. Parsons porta il concetto di comunità quindi a livelli superiori rispetto agli autori precedenti che hanno trattato della coppia dicotomica società- comunità. Parsons elaborandolo è giunto anche ad utilizzare il termine comunità in comunità societaria, perché all’interno di questi termini così contrapposti tra loro, Parsons immette la comunità all’interno della società sostenendo che : “ ogni sistema sociale di quel tipo molto importante che chiamiamo una società rappresentata, in uno dei suoi aspetti principali, ciò che potremmo chiamare una comunità societaria. Un tempo questa era identificata almeno idealmente con la cosiddetta etnicità – una comunità societaria era quasi per definizione una entità etnica. È molto importante essere consapevoli che ciò non è più il caso, nemmeno a livello del tipo ideale, per numerose importanti società nazionali, e in m odo vistoso naturalmente per gli Stati uniti. Allo stesso tempo è molto rilevante il fatto che ogni comunità societaria, fin quando possiede la proprietà centrale di solidarietà nel senso durkheimiano, appartiene allo stesso carattere sociologico generico del gruppo etnico. Vale a dire, è una collettività definibile come ad orientamento diffuso, che ha la proprietà della solidarietà, ed è uno dei principali punti di riferimento per definire l’identità dei suoi membri”
Lavorare in maniera efficace ed efficiente, al fine di produrre competenza, vuol dire per la scuola non solo una conoscenza approfondita della propria mission istituzionale e l’attivazione di un buon lavoro di rete, ma anche una conoscenza del territorio circostante a cui la scuola appartiene ed in cui la scuola si trova ad operare (presupposto imprescindibile per agire e per farlo in sinergia ad altri attori sociali). E’ necessaria, innanzitutto, la lettura del contesto a partire dai suoi aspetti strutturali – ossia i dati oggettivi ed immediatamente osservabili – fino ai suoi aspetti meno strutturali, più dinamici e qualitativi – spesso non immediatamente osservabili – che fanno della comunità un campo di forze ed un sistema altamente complesso. Leggere un contesto, infatti, significa comprenderne gli aspetti più strettamente oggettivi, strutturali e quelli, al contrario, prettamente dinamici, soggettivi, che solo se messi in relazione possono assumere una configurazione differente dall’analisi isolata degli stessi. La metodologia, che permette di fare una mappatura della comunità e dei suoi bisogni è il Profilo di comunità; con l’utilizzo di questo metodo ci si prefigge due obiettivi. Il profilo di comunità e l’analisi dei bisogni rientrano nell’ambito dei metodi di ricerca attiva, poiché oltre ad essere strumenti di lettura sono anche strumenti di cambiamento. L’analisi dei bisogni, pertanto, non si riduce alla loro individuazione, ma si lega anche alla possibilità pratica ed operativa di aumentare la consapevolezza nei membri della comunità, così da progettare in modo partecipato il cambiamento. In questa prospettiva, l’analisi dei bisogni va al di là della ricerca diagnostica. Allo stesso modo, il profilo di comunità consente in primo luogo di mappare la comunità di riferimento, ma nel fare questo si affondano le basi operative per individuare le aree del cambiamento, per progettarlo e realizzarlo. Il profilo di comunità è una metodologia che permette di fare una mappatura della comunità e dei suoi bisogni, ma anche di stimolare la partecipazione dei cittadini a programmi locali e creare o rafforzare reti che integrino servizi, istituzioni, associazioni. Per trasformare alcune variabili del contesto mediante un intervento mirato, infatti, è necessaria la conoscenza del contesto in tutta la sua complessità. La scuola, nello stesso tempo, rappresenta un luogo che può generare o incrementare uno stato di disagio preesistente; è spesso il luogo dello stress e della competizione in cui eccellere (specie per le ragazze) oppure il luogo dell’insuccesso e del fallimento da cui fuggire (specie per i ragazzi). Essa costituisce, in entrambi i casi, un altro fattore di rischio e non protettivo. Il modello culturale estetico ed edonistico diffuso dai mass-media, che mette al centro i valori individuali del corpo, del successo, del divertimento, del consumo ricreazionale come soli valori positivi, contribuisce a costruire e a spingere il giovane verso le vie di fuga “pericolose”. Un’azione che intenda affrontare tali fenomeni (soprattutto come azione di prevenzione) e dare risposte adeguate a bisogni, problemi ed esigenze così diversi, deve perciò presentarsi in maniera articolata, saper leggere e analizzare i differenti gradi di disagio, deve essere in grado di declinarsi in interventi rivolti al singolo o al gruppo (Centri di Aggregazione Giovanile, Educativa di Strada, Educativa Domiciliare, ecc.). Interventi sull’uomo o sull’ambiente, diretti ad evitare l’insorgenza di malattie o almeno la loro progressione (Amerio, 2000). Le pratiche preventive possono essere condotte a tre livelli: primario, che comprende gli interventi effettuati prima che la malattia insorga per «ridurre l’incidenza di un disturbo attraverso la prevenzione dello sviluppo di nuovi casi» (Orford, 1992; trad. it.: p. 208); secondario, dirigendosi a persone che mostrano segni di disturbo, quindi cercando di individuare precocemente i disturbi incipienti e di fornire trattamenti efficaci già ad un primo stadio di sviluppo della malattia, al fine di ridurre la durata del disagio; terziario, attuate quando la malattia è in atto, per limitarne gli effetti, prevenendo cioè danni che possono associarsi ai disturbi. La prevenzione è dunque orientata al futuro, allo scopo di prevenire qualcosa che può o sta per accadere. Essa può rivolgersi alla comunità allargata (cioè a tutti i membri di una comunità indipendentemente dalle loro condizioni momentanee e dal rischio di sviluppare un particolare disturbo), a gruppi di persone che stanno affrontando una stessa particolare fase della vita, caratterizzata da momenti che rappresentano dei potenziali fattori di rischio, e infine, a soggetti ad alto rischio (quindi focalizzata su individui ritenuti vulnerabili). Il discorso, finora avviato sul lavoro di rete e sulla prevenzione delle forme di disagio, ha sullo sfondo una metodologia finalizzata a promuovere empowerment sociale. Promuovere empowerment sociale vuol dire potenziare le risorse locali, in un assetto di comunità attiva, di sviluppo cooperativo e partecipativo, che prevede l’unione a rete degli attori sociali e delle attività. Inoltre, empowerment sociale è presupposto fondamentale di self-empowerment e viceversa.
Letteralmente empowerment si riferisce ad un processo di “acquisizione di potere”, inteso come capacità di intervenire attivamente nella propria vita. Il termine empowerment, infatti, contiene la parola “potere”; concetto che, in questo contesto, è declinato nei suoi aspetti positivi, definito in termini relazionali e considerato un’esperienza interpersonale universale: “potere con” più che “potere su” (Amerio, 2000: p. 306). L’attenzione è sulle forme di collaborazione e di partecipazione e il potere è letto nei termini di capacità di azione, nella misura in cui consente all’individuo di intervenire, di attivare le sue energie creative per costruire senso e consenso. La comunità ha tra i suoi fini quello di promuovere e sviluppare empowerment: concretamente ciò significa attivare risorse e competenze, accrescere nei soggetti individuali e collettivi la capacità di utilizzare le loro potenzialità e quanto il contesto offre, a livello materiale e simbolico, per agire sulle situazioni e modificarle (p. 296). L’empowerment si può intendere come prodotto, esito di un processo evolutivo in cui una persona ha evitato l’apprendimento di una condizione di impotenza, conquistandone una caratterizzata da fiducia in sé, e come processo, cioè come percorso attraverso cui una persona disempowered riconquista il suo potere personale. Di fronte ad uno stato di disempowerment, risultato di uno scarso accesso alle risorse, il lavoro consiste nel realizzare un intervento, che promuova l’acquisizione e la conquista permanente del controllo attivo della propria vita. Attraverso l’empowerment, da una condizione di alienazione, i singoli o i gruppi possono raggiungere una condizione di fiducia nelle proprie potenzialità. L’empowerment mette in causa le competenze attive del soggetto, che gli consentono un maggiore controllo su eventi e situazioni, di affrontare e produrre condizioni di cambiamento. Perché queste competenze siano messe in atto è necessaria la presenza di risorse oggettivamente disponibili – materiali e non – e di risorse psicologiche. Esso si centra, quindi, su individuo e comunità insieme, perché i sentimenti di autoefficacia si attualizzano articolandosi in un mondo di relazioni, strumenti, di parole, insomma con il mondo delle risorse oggettivamente intese. L’empowerment prevede una continuità di azioni volte ad ampliare le proprie possibilità attraverso un migliore uso delle proprie risorse, a sviluppare la capacità di relazionarsi al proprio ambiente per produrne una conoscenza critica, la conoscenza dei processi di attivazione, costruzione e utilizzo delle risorse, il proprio senso di responsabilità e la propria capacità decisionale. In tale logica non resta che dedicare spazio ai progetti di ricerca-azione, come indagine riflessiva che parte da un problema scolastico e cerca di capirne la natura per poi, allo stesso tempo, modificarlo attraverso la partecipazione di tutti. Si tratta di una ricerca condotta dagli stessi insegnanti nel contesto scolastico di lavoro e fornisce gli strumenti per l’autovalutazione e per la crescita professionale. Come modello didattico valorizza i processi di cambiamento interni alla classe, nonché le situazioni di apprendimento nuove rispetto a quelle routinarie e più ampiamente condivise; inoltre, è orientata soprattutto alla valutazione dei processi, intesi come incremento dei dinamismi di interesse, di coinvolgimento e di condivisione da parte degli alunni in attività per loro significative. Con la ricerca-azione, Lewin (1951) propone un metodo per produrre un cambiamento controllato. Per iniziare un progetto di ricerca-azione, è necessario che l’insegnante si ponga delle domande riguardo ad un problema da investigare. Porsi delle domande aiuta a scoprire se c’è un divario fra le proprie intenzioni e ideali e la propria pratica. Il progetto non è rigidamente predefinito. La ricerca azione si svolge come un processo ciclico in cui ogni nuovo elemento di evidenza empirica raccolto può servire da base per costruire nuove ipotesi. L’autonomia scolastica attribuisce alle scuole un ruolo di interfaccia con il territorio. Progettare interventi adeguati ai bisogni del territorio, in termini di offerta formativa integrata, impone, in via preliminare, di fornire risposte ad alcuni quesiti. L’apertura al territorio, in termini di informazioni raccolte e di dialogo costante con altre realtà locali, dovrà consentire al Collegio dei Docenti di articolare l’offerta del POF in relazione alle richieste, nel rispetto dei vincoli delle risorse disponibili. Il POF e il Piano Annuale sono le risorse attraverso cui le scuole organizzano le risposte al territorio; sono gli strumenti fondamentali per caratterizzare le capacità di ciascuna scuola di individuare problemi e bisogni formativi e organizzare risposte concrete, nell’ambito di una organizzazione flessibile delle risorse

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