Il professore Francesco Avallone ha definito il clima organizzativo e il benessere lavorativo come l’insieme dei nuclei culturali, dei processi delle pratiche organizzative che animano la dinamica della convivenza nei contesti di lavoro promuovendo, mantenendo e migliorando la qualità della vita e il grado di benessere fisico, psicologico e sociale delle comunità lavorative.
Il clima organizzativo e il benessere organizzativo sono un costrutto multidimensionale difficilmente determinabile in maniera univoca in quanto sono formati da molti fattori che variano anche in funzione del modello teorico di riferimento.
Numerosi studi e ricerche hanno rilevato la relazione tra clima scolastico positivo, performance e soddisfazione lavorativa e relazione tra clima della classe e atteggiamenti, interessi, impegno e rendimento. Il clima di una scuola e di una classe varia anche in relazione alla percezione di efficacia degli insegnanti e alle aspettative che essi hanno in merito alle potenzialità degli studenti. Queste variazioni, come dimostrano numerosi studi psicologici, incidono significativamente sulla motivazione degli alunni e degli insegnanti.
Da diversi anni il processo empatico è oggetto di studio della psicologia. Tuttavia, fino alla fine del ventesimo secolo, vi era ancora uno scarso consenso riguardo alla sua natura e il suo modo di operare. Le teorie sull’empatia si classificavano in: teorie cognitive, che davano una spiegazione gnoseologica e meccanica e, teorie incentrate sull’emotività, che suggerivano l’empatia come una risposta affettiva innata. Circa alla fine degli anni Ottanta, gli scienziati iniziavano ad avanzare modelli teorici in cui viene introdotta una visione più completa e integrata di empatia che considera e studia insieme la componente emotiva e quella cognitiva.
Ritornando indietro nel Settecento, notiamo come filosofi degni di nota quali David Hume (1739) e Adam Smith (1759) mettevano già in rilevo e alla base dei comportamenti morali, la sensibilità emotiva e la condivisione. L’ipotesi che le nostre azioni possano essere influenzate in maniera positiva verso l’aiuto o il sostegno dell’altro, sulla base dello stato emotivo di quest’ultimo, era già emersa ai tempi. Nonostante sia datata è un’ipotesi che rimane attuale in quanto affascina diversi scienziati che hanno elaborato molteplici teorie al riguardo.
Alcuni studi condotti nell’ambito della psicologia confermano il ruolo fondamentale dell’empatia nel promuovere i comportamenti pro-sociali. Secondo gli esperimenti condotti da Stanley Milgram sull’obbedienza all’autorità, nei quali, nel nome di un supposto esperimento scientifico, lo scienziato ordinava a dei soggetti di emettere scosse elettriche sempre più forti alle vittime- che in realtà erano attori- si è dimostrato che il numero di persone che sceglieva di continuare con l’esperimento si riduceva drasticamente qualora essi fossero nella condizione di vedere la vittima soffrire. L’esposizione diretta al dolore altrui presuppone un maggior coinvolgimento emotivo che di conseguenza rendeva più difficile continuare a provocarlo. Si evidenzia che la condivisione empatica riduca l’incidenza di aggressioni in quanto la capacità di mettersi nei panni dell’altro fa sì che sia possibile realizzare una valutazione distaccata dalle proprie motivazioni e di conseguenza ridurre le proprie risposte aggressive.
Più nel profondo di questo argomento, Daniel Batson avanza l’ipotesi che l’empatia non solo riduca la propensione all’aggressione ma addirittura comporti ad agire in modo altruistico. La sua teoria propone che la condivisione empatica faccia scattare una preoccupazione attiva per la condizione altrui, ciò porterebbe ad agire per attenuare il suo stato di malessere, indipendentemente dalla ricerca di vantaggi di tipo personale, emotivo o sociale. Insieme a i suoi collaboratori, Batson realizza diversi sperimenti volti a dimostrare che l’empatia possa portare ad aiutare un’altra persona sofferente. In tutti gli esperimenti si è dimostrato che l’empatia è una motivazione fondamentale del comportamento di aiuto e più in generale dell’altruismo puro. Questo modello di altruismo-empatia sostiene che, tanto più una persona tende a provare empatia con un’altra, tanto più sarà probabile che l’aiuti. Dunque, gli atti di altruismo non sono motivati edonisticamente ma piuttosto muovono dall’immedesimazione nella situazione dell’altro.
Davis con il suo costrutto teorico, mette in evidenza un aspetto dell’empatia che non era stato preso in considerazione da Batson. Secondo lui, l’empatia può talvolta portare ad atti di altruismo ma essa possiede anche un lato scuro, tale per cui molto spesso le persone agiscono solo al fine di mettersi al riparo dal malessere provocato dallo stato emotivo altrui. Nello specifico il suo approccio individua quattro componenti della risposta empatica: l’abilità di adottare il punto di vista dell’altro (perspective taking), la capacità di immaginarsi situazioni fittizie (fantasia), la tendenza ad esperimentare sentimenti di compassione e preoccupazione verso l’altro (considerazione empatica) e infine, la consapevolezza dei propri stati di ansia che si esperimentano in situazioni relazionali (disagio personale).
Queste due ultime sono le componenti emotive dell’empatia e rappresentano due diversi modi di approcciarsi alla situazione dell’altro. In particolare, il disagio personale è connotato da una motivazione egoistica perché osservare la sofferenza altrui crea nell’osservatore uno stato di angoscia e di conseguenza egli agisce in favore dell’altro ma con la finalità di liberarsi dallo stato di disagio che sperimenta in prima persona. Diversamente, la considerazione empatica è caratterizzata da una motivazione altruistica, l’osservatore condivide gli stati emotivi altrui e mette in moto comportamenti pro-sociali volti essenzialmente a migliorare le condizioni dell’altro.
Dinnanzi a questa diversità di teorie è chiaro che non esista ancora un consenso riguardo alla correlazione che vi è tra empatia, altruismo, egoismo e pro socialità. Tuttavia, si ritiene opportuno segnalare la distinzione operata da Nancy Eisenberg che distingue l’altruismo dalla pro socialità. L’autrice sostiene che l’altruismo sia motivato dal desiderare il bene degli altri anche qualora questo andasse a discapito del proprio interesse e dunque comporti un costo per chi lo mette in atto. Un comportamento pro sociale invece non è spinto da altruismo poiché si può agire portando vantaggio ad un altro e fare simulatamente il proprio bene, perché agire in maniera pro sociale porta anche ad una soddisfazione personale per chi lo realizza. Di conseguenza, l’empatia non comporterebbe necessariamente comportamenti altruistici, né comportamenti meramente egoistici, tutt’al più, alla base di una risposta empatica si potrebbero ricavare delle motivazioni pro sociali.
Il concetto di intelligenza emotiva è stato enunciato da Daniel Goleman nell’omonima opera “Intelligenza emotiva”, il quale ha affermato che per avere successo non basterebbero le competenze tecniche e un alto quoziente intellettivo (IQ). La chiave del successo di un leader sarebbe identificabile in una componente paradossalmente irrazionale, che egli connota con il nome di intelligenza emotiva. L’intelligenza emotiva è stata definita da Goleman come “la capacità di riconoscere le proprie emozioni, quelle degli altri, gestire le proprie, e interagire in modo costruttivo con gli altri”.
Questo concetto racchiude in sé quattro domini:• l’autoconsapevolezza, che comprende l’autoconsapevolezza emotiva, l’autovalutazione realisticae la sicurezza delle proprie abilità.• la gestione di sé, che richiama l’autocontrollo, la trasparenza, l’adattabilità, la determinazione, lacapacità di iniziativa e l’ottimismo.• la consapevolezza sociale, che fa riferimento all’empatia e alla consapevolezza organizzativa disaper gestire le relazioni e decifrare i rapporti di potere.• la gestione dei rapporti, che coinvolge la capacità di ispirare, di influenzare gli altri, di aiutarli acrescere, la capacità di catalizzare i cambiamenti bruschi, la gestione del conflitto e la capacità diincentivare uno spirito di collaborazione.
Per Goleman “L’empatia, non significa svenevolezza, non è sinonimo di un generico vogliamoci tutti bene. Empatia non significa nemmeno che un leader debba accantonare le proprie emozioni per lasciare spazio a quelle altrui o farsi in quattro per accontentare tutti. Sarebbe un incubo, e agire diventerebbe impossibile. Empatia vuol dire prendere in considerazione e soppesare i sentimenti- insieme ad altri fattori- come parte integrante del processo decisione che sfocia in una scelta ragionata.” L’autore nel suo libro “Leadership emotiva: una nuova intelligenza per guidarci oltre la crisi” studia l’importanza dell’intelligenza emotiva all’interno di una realtà contemporanea che muta sempre più velocemente e che serve per riuscire a gestire i momenti più difficili delle crisi, sia all’interno delle realtà aziendali, sia per quanto riguarda la società nel complesso. E’ necessario esercitare l’arte dell’autocontrollo e saper gestire gli stati d’animo di chi lavora con noi per creare e diffondere l’armonia e il talento creativo che sono i motori dello sviluppo economico, culturale e sociale. Filosofi e psicologi hanno a lungo riflettuto sull’empatia, ma solo di recente la neuroscienza ha scoperto le basi biologiche di questo meccanismo. Nei primi anni Novanta del Novecento, un gruppo di scienziati guidato da Giacomo Rizzolatti scoprirono l’esistenza di un gruppo di neuroni altamente specializzati e presenti nella parte rostrale della corteccia ventrale premotoria che si attivavano in occasione di movimenti specifici. Dagli esperimenti si scoprì che questi neuroni si attivavano anche prima di compiere l’azione di movimento. Successivi esprimenti hanno dimostrato che questi neuroni si attivavano anche in risposta a uno stimolo non visivo.
Solo nel 1996 l’équipe di Rizzolatti rese pubblici i risultati delle proprie ricerche e questi neuroni vennero chiamati “neuroni specchio” proprio per mettere in risalto la loro particolarità nel rispecchiare una specifica azione motoria nel cervello dell’osservatore. Sono state fatte altre scoperte ma gli studi sono stati condotti su soggetti umani. I soggetti esposti ad uno stimolo visivo corrispondente a un movimento o un’espressione facciale altrui attivavano automaticamente la medesima aerea cerebrale che si sarebbe attivata se fossero stati loro stessi a compiere tali gesti o espressioni, ovvero l’area F5. Ciò è stata considerata dai ricercatori come una parte cruciale nel processo di riconoscimento delle azioni, giungendo alla conclusione che un osservatore potesse comprendere le azioni altrui, dato che osservandole, egli le rappresenta nel proprio cervello, proprio come se egli stesso stesse effettuano quell’azione.
Nel 2001 gli stessi ricercatori ipotizzano l’esistenza di un network che denominarono mirror neuron system, e che comprendeva le aree parietali, frontali inferiori e premotorie, che si occupava del riconoscimento delle azioni non solo quando le osserviamo ma anche qualora le immaginassimo o le evocassimo nel momento di leggere un verbo o una parola associata ad una determinata azione, ad un profumo o un qualsiasi altro stimolo che colleghiamo ad un’azione. Secondo i sostenitori della teoria motoria del riconoscimento delle azioni e compatibilmente con la teoria della cognizione incarnata, detta anche embodied cognition hypothesis, i neuroni specchio ci consentirebbero di entrare nella mente degli altri tramite la rappresentazione dei sentimenti e del comportamento dell’altro, come se fosse proprio, all’interno del nostro sistema sensoriomotorio. Questa teoria dunque propone che la capacità di capire e riconoscere il significato di un’azione dipenda essenzialmente dal nostro sistema sensoriomotorio. Esiste, infatti, la cosiddetta teoria cognitiva del riconoscimento delle azioni, che offre una visione alternativa di come il nostro cervello associa i significati alle azioni. Tale teoria sostiene che le rappresentazioni concettuali appartengano a delle regioni non motorie, e più nello specifico, alla corteccia occipitotemporale e che di conseguenza l’attività dei neuroni specchio non sia primordiale nel riconoscere il significato di un’azione.
In questo modello teorico non si nega quanto accertato da Rizzolatti e i suoi collaboratori, ovvero, che un’azione è compiutamente compresa solo quando la sua osservazione provoca una risonanza nel sistema motorio dell’altro. Per i sostenitori della teoria cognitiva, questa attivazione delle regioni motorie avviene, ma si scatena solo in un secondo momento e in quanto conseguenza di una connessione associativa con aree concettuali. Queste due teorie si collocano a due poli opposti ma non sono state le uniche ad essere state avanzate, infatti, riscontriamo teorie più moderate che cercano in qualche modo di conciliare entrambe le visioni. Tra queste vi è l’ipotesi della molteplicità condivisa, formulata da Vittorio Gallese (2001) che descrive una possibile versione “allargata” del concetto di empatia alla cui base mette il meccanismo della simulazione incarnata nel quale si combina il sistema dei neuroni specchio, assieme ad altri simili circuiti di tipo mirror non motori per formulare la nostra consonanza intenzionale con l’altro.

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